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Non c'era tempo per rimorsi PDF Stampa E-mail
Domenica 02 Settembre 2012 14:25
Indice
Non c'era tempo per rimorsi
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Tutte le pagine

Non c'era tempo per i rimorsi

Capitai per caso nella vecchia casa a causa di un guasto alla macchina.
Mi piantò in asso a circa tre chilometri più indietro, e così, con il sole che tramontava, m'incamminai tra i boschi.
Giurai che avrei ammazzato il meccanico che solo due giorni prima l'aveva revisionata e, alzando il pollice, aveva esclamato "Tutto okay!".
Non c'erano sentieri lungo la zona boschiva, quindi cercai le mie personali scorciatoie per il nulla che non fecero altro che rallentarmi, anche perché mi sarebbe bastato procedere in direzione rettilinea per raggiungere la casa in meno di due ore. Io ne impiegai quattro, bestemmiando come un dannato e strappandomi il costosissimo soprabito tra i rami.
Se ce una cosa che un tipo come me odia, e ritrovarsi in una situazione del genere, dove ogni mossa che si compie è (in ossequio al signor Murphy) irrimediabilmente quella sbagliata; la rabbia, forse, non era più di tanto quella dell'essermi perso nel bosco e di avere il vestito rovinato: mi ero risparmiato una barbosa cena con mia sorella più il parentado di mio cognato e guadagnavo abbastanza da potermi comprare un soprabito due volte più costoso. A rodermi era il fatto che ero apparso, chissà poi a chi, come un idiota, e il terrore di sembrare stupido era sempre stato uno dei miei complessi.
Quando, verso le nove, vidi quella casa stagliarsi al chiaro di luna, mi parve un miracolo: ero stanco (per la camminata e la bile) e infangato.
Era una costruzione in pietra e, soprattutto, in legno, di quelle che si vedono raramente in giro. Due piani più il solaio e una probabile cantina, per un totale di almeno undici stanze, forse di più.
L'elettricità era garantita dal generatore a benzina in una baracca accanto (ne sentivo il rumore, e ricordai che anche mio zio ne aveva uno identico nella sua casa in campagna).
Bussai alla robusta porta, sperando che qualcuno aprisse.
Per un po' nulla.
E cominciò pure a piovere.
Fu allora che sentii lo schiocco metallico della serratura e davanti a me apparve il volto di un vecchio sulla settantina.
I capelli erano candidi come la neve d'inverno, lunghi e raccolti dietro la testa. Era alto, portava un paio di occhiali dalla montatura nera e spessa, aveva la barba di due giorni e dava l'idea di non dormire troppo a causa delle profonde occhiaie simili a lividi.
"Cosa posso fare per lei?", chiese con voce abissale e tono gentile.
Io gli illustrai, come solo un logorroico represso come me può fare, tutta la situazione, saltando i particolari insignificanti (come il costoso soprabito stracciato) che solitamente la gente usa per far maggior pena a colui al quale bisogna chiedere un favore, quindi gli domandai se non potevo trascorrere lì la notte, sempre che non fosse di disturbo.
Diavolo, mi ero perso in mezzo al nulla, in questo il vecchio fu d'accordo con me, ma non sapevo come avrebbe potuto reagire. Certo, nonostante il mio abbigliamento forse provato dal viaggio attraverso gli ostili boschi, era ovvio che non ero un poveraccio, quindi avrebbe addirittura potuto fargli comodo ospitarlo, ma la gente è molto strana, a volte.
Ciò che ricevetti come risposta mi colpì come una mazza da baseball in piena faccia.
"Guardi", disse, "io sono solo e la compagnia mi manca. La mia cucina non la ucciderà di certo, ma è sicuro di voler passare la notte qui?". Quel QUI parve una nota grave in una composizione leggera, lo pronunciò per farmi capire che il problema non ero io, ma che avrei potuto averne a mia volta.
Che fare? Dormire sotto gli alberi in una notte fredda per svegliarmi il giorno dopo congelato (magari non mi sarei svegliato più), oppure tentare la sorte al caldo nella casa del vecchio?
Per una volta nella vita, decisi di essere coraggioso.
In fondo, che poteva capitarmi? Al massimo di vedere qualche topo, magari bello grosso, ma io non ero una ragazzina.
"Per me va bene", dissi deciso.
Il vecchio mi sorrise, evidentemente contento di avere qualcuno con cui parlare, quindi mi invitò ad entrare.



Dentro c'era un gradevole odore di antico. Mi riferisco a quella strana e leggera fragranza che si sente nelle vecchie case tenute bene. Ero solito avvertirla in casa di mia nonna, e ora la risentivo lì.

Come casa rustica non era veramente male. Il pavimento del primo piano era piastrellato, mentre quello del secondo, nonostante poggiasse sulle pietre, era di legno. La casa era più grande di quanto mi era parso vedendola di fronte. La porta di fronte all'entrata conduceva ad un grande salone in cui scoppiettava un caminetto.
Il vecchio mise a mia disposizione il bagno più grande, portandomi tre grosse tinozze di acqua calda e scherzando sul fatto che non aveva acqua corrente.
Quando mi fui rinfrescato, mi diede dei vestiti vecchi di almeno vent'anni che sapevano leggermente di naftalina, ma comodi e, tutto sommato, belli nella loro antichità.
Mi disse che i miei li avrebbe lavati, con maggior cura rispetto ai suoi, il giorno dopo e, se volevo, avrebbe rattoppato il mio soprabito. Io, colpito dalla crescente gentilezza di quell'uomo verso qualcuno che non conosceva, lo ringraziai e gli dissi di non preoccuparsi per la giacca.
Cenammo nella cucina, bollito e patate, buoni come li faceva la nonna, senza parlare molto.
Fu una cosa che il vecchio prepose prima d'incominciare: quando aveva fame, non guardava in faccia nessuno.
"Sono un po' come il lupo delle favole", disse sorridendo e mostrandomi la dentatura curata.
Io, ancora una volta, non dissi nulla che non fosse affermativo.
Dopo cena ci spostammo nel salotto; il vecchio scherzò nuovamente, questa volta sul fatto di non avere la televisione.
Questa fu una cosa che mi colpì: l'isolamento più totale in cui quell'uomo viveva.
Trascorreva la sua vita tra gli alberi eccetto il giovedì quando doveva andare a fare provviste, recandosi al paese più vicino, ovvero a cinquanta chilometri dall'inizio del bosco.
E quando era lì non faceva domande che non riguardassero ciò che doveva acquistare, non comprava giornali e in macchina non accendeva mai la radio.
Ma quella sera, dopo che mi raccontò tutte queste cose, mi chiese cosa succedesse nel mondo fuori dal bosco. Mi chiese delle guerre, se se ne faceva ancora qualcuna, della medicina, della politica e così a seguire; tutte domande alle quali stentavo a rispondere, poiché, sebbene fossi tutt'altro che un eremita, solevo ignorare qualsiasi cosa che non m'interessasse. Solo su ad una domanda risposi con certezza: il vecchio mi chiese se i film erano ancora in bianco e nero.
Colpito da quella domanda, decisi di fargliene una anch'io dopo aver risposto.
"Perché si è ritirato qui?", gli chiesi.
Il vecchio non parve infastidito o sorpreso, anzi, pareva che si aspettasse una domanda del genere, prima o poi.
Appoggiò il bicchiere dal quale stava bevendo il suo whisky distillato in casa, fece schioccare la lingua, e rispose: "Ho combinato un pasticcio, tempo fa, e non ho più avuto la faccia di continuare a stare in mezzo alla gente".
Io: "Che cosa fece?"
Vecchio: "Feci un grande sbaglio e la cosa buffa è che non ricordo più che cosa fu di preciso. Incredibile, vero? Non ricordare ciò che ti ha fatto vivere come hai vissuto negli ultimi quarant'anni".
Io: "Così tanto tempo è passato?"
Vecchio: "Sì".
Rispose con una vena di tristezza.
Io, allora, gli feci un'ultima domanda: "Ha dovuto lasciare qualcuno?".
Ancora una volta, la sua risposta fu un triste annuire.
Dopo quest'ultimo dialogo, il vecchio diede uno sguardo all'orologio a pendolo, e disse che per lui era tardi ed era ora che cercasse di dormire.
Avrei voluto domandargli il perché di quella parola, "CERCASSE", ma compresi che il vecchio ne aveva abbastanza e si stava ritirando mentre era ancora gentile.
Qualsiasi cosa avesse fatto quarant'anni prima, doveva ancora dolergli.
Decisi così di andare anch'io a letto, anche perché non mi pareva educato girare per la casa di uno sconosciuto mentre lui dormiva.
Datagli la buona notte, entrai nella mia camera, semplice ma accogliente, infilandomi sotto le coperte.
Nel letto, tra le coperte e al buio, mi misi a pensare.
Una cosa che mi aveva colpito di quella casa era la sua pulizia: poca polvere e nessuna ragnatela.
Ricordai che la casa di mio zio era piena di ragni: ogni tanto ne spiaccicavi qualcuno con una scarpa mentre percorreva le coperte. Pensare alla mia famiglia mi fece venire in mente che non avevo avuto modo di avvisare mia sorella che la mai macchina era defunta.
A quest'ora doveva aver già chiamato la polizia.
Mi promisi che l'indomani avrei cercato di raggiungere un telefono per raccontarle tutto, quindi chiusi gli occhi.



Mi svegliai non meno di un'ora dopo a causa di orrende urla provenienti dal corridoio.

Parevano decine di voci che si lamentassero di un dolore lancinante ed insostenibile.
Non sono un fifone, ma quando sentii quell'orrendo coro, mi si accapponò la pelle lungo la schiena.
Sapete, sono convinto che ognuno di noi abbia come dei tasti principali che regolano un po' tutte le nostre emozioni: beh, quelle urla pigiarono con forza e ripetutamente il mio pulsante della paura.
Mi alzai in piedi e, senza pensare, come ipnotizzato, mi diressi verso la porta poiché il frastuono pareva attenuarsi.
Niente di più falso: una nuova ondata di grida mi travolse come un fiume in piena non appena sfiorai la maniglia della porta, come se stessero aspettando solo quello.
Come un bambino, m'infilai sotto il letto, strisciai e uscii dalla parte opposta, andandomi a nascondere nell'angolo più buio della stanza, accanto alla finestra.
Sentivo il sapore della paura, di quella vera.
Solitamente, quando uno ha paura, comincia con le risatine nervose e, a poco a poco ,vince il demone, ma quella è solo paura diluita.
Quella vera non ti lascia nemmeno il fiato per ridere.
Ed è quello che io stavo provando in quel momento.
I più scettici potranno dire che io sono un tipo impressionabile: che dicano pure, ma che tengano anche a mente che sono nel torto.
L'atmosfera stessa, senza le urla, sarebbe bastata, non dico a terrorizzare a morte, ma quanto meno ad inquietare un po' chiunque, poiché, quella casetta in mezzo ai boschi, così graziosa, se vogliamo, durante il giorno, quella notte aveva cambiato faccia, ed anche il più piccolo particolare, come la mia stessa ombra, generata dall'esile luce del lumino che avevo acceso, dava i brividi.
Ci crederete che, dopo qualche secondo di snervante indagine, scoprii che il rumore scricchiolante che avvertivo era il battere dei miei denti impazziti?
E le urla continuavano.
Non vedevo nessuna luce attraverso lo spazio tra la porta e il pavimento, e il pensiero di chissà che cosa accucciata nel buio… beh, lo sapete.
Col tempo notai che, insieme alle urla, c'era uno stridore simile al ferro che sfrega su un altro metallo o qualcosa del genere.
Poi, il Vecchio, urlò dalla sua camera.
"Aiuto! La luce!".
Pareva in pericolo.
Come per magia, la paura s'attenuò (dire che scomparve è impossibile, perché non fu per niente così) e mi lanciai, armato dell'asta appendiabiti, oltre la porta, verso la camera del mio ospite.
Per una persona così gentile, ero disposto a rischiare la vita.
O, almeno, ci avrei provato.



Nel corridoio c'era un forte odore pungente che mi diede il voltastomaco.

La mia immediata reazione fu un conato di vomito che trattenei a stento, quindi mi diressi velocemente verso la camera del vecchio, da cui provenivano i rumori di una battaglia furibonda.
Potevo sentire il mio ospite pregare e urlare, mentre quel coro infernale continuava.
Chi urlava insieme al vecchio?
Ero convinto che, chiunque fossero, si trovassero nel corridoio, e invece non c'era nessuno.
Spalancai la porta.
Ciò che vidi mi fece venire la pelle d'oca e rizzare i capelli sulla nuca divenuta gelida: il vecchio lottava contro qualcosa che non riuscivo a vedere con chiarezza, a causa dell'oscurità.
Pareva una sagoma umana, non capivo bene cosa fosse.
Molto probabilmente, il vecchio avrebbe avuto la peggio, perché io non sapevo come comportarmi: fu lui ad urlarmi di accendere la luce.
"C'è una grossa torcia vicino al letto!", gridò con voce strozzata.
Evidentemente, la cosa lo stava strangolando.
Mi gettai a pesce con le braccia protese in avanti per afferrare la torcia, o meglio, per trovarla.
Non la trovai subito, in compenso il giorno dopo avrei avuto modo di scoprire che quel gesto atletico mi avrebbe lasciato con un paio di lividi.
Quando finalmente la impugnai, accesi il fascio di luce, puntandolo verso quella cosa.
Era davvero forte, quella torcia.
Il primo e unico particolare del misterioso aggressore fu una porzione del viso: la cosa a cui assomigliava di più era uno scheletro.
Cacciai un urlo, vedendo quella mandibola dalla carne cadente e lacerata muoversi su e giù come se cantasse.
Poi, la cosa scomparve.
Allora mi alzai in piedi, accorgendomi che ce n'erano altre, e tutte quante sparirono con la luce.
Il vecchio era nel letto, stremato.
"Grazie, signore", mi disse.
Dal canto mio, ero prossimo allo svenimento.



Ultimo aggiornamento Mercoledì 05 Dicembre 2012 21:58
 

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